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Tom Waits dopo nove anni in Italia

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Il popolo di Tom Waits ha dovuto aspettare nove anni per rivederlo in Italia (l' ultima volta fu nel 1999 a Firenze) ma alla fine del concerto al teatro degli Arcimboldi, ieri sera a Milano, nessuno avrebbe giurato che non ne fosse valsa la pena. Per il numero uno dei cantautori di culto, pubblico delle grandi occasioni. Quello di Waits non è un partito di opinione ma di militanti puri e duri, accorsi da ogni parte d'Italia, e molti anche dall' estero, per vedere un artista che si concede poco dal vivo, che fa pochi dischi ma nonostante questo, o forse proprio per questo, riesce a conservare, addirittura a rafforzare il suo carisma. Nessun'altra data in Italia. Poi il 'Glitter and doom tour' farà tappa a Praga, Parigi, Edimburgo, Dublino. Waits tarda ad apparire, e allora ci si può concentrare sugli spettatori speciali. Un applauso saluta Vinicio Capossela, fin dal suo esordio considerato una fedele traduzione italiana di Waits. Una autentica ovazione scatta quando da una porta laterale appare Roberto Benigni, che attraversa mezzo Arcimboldi per guadagnare il suo posto. Benigni non poteva mancare al concerto del suo vecchio e fraterno amico dai tempi del film Daubailò. Infine si spengono le luci del palco (scenografia semplicissima, solo una 'composizione' di vecchie trombe e megafoni appese, alla faccia delle tecnologie avanzate) e comincia il rito. Uno spot illumina Waits al centro della scena, vestito scuro, eterno borsalino calato sugli occhi. Alla fine, una cascata di coriandoli di luce cadrà sulla sua testa. L'uomo è uno spettacolo solo a vederlo, con quella grazia sgangherata, i gesti da istrione, l'innata vocazione del cabarettista. Quando c'é Waits, il resto scompare. La voce sempre più roca e ispida suggerisce impasti di nicotina e drink. Canzoni che trasudano tenerezza, oppure aspre e scorticate di ogni apparente armonia. Il suono scuro e visionario. Il 'rain dog' è davvero tornato, rassicurante presenza, inquietante agitatore di emozioni. Quanto alla scaletta, Tom può scegliere in un repertorio sconfinato di capolavori: le sue canzoni sono tra le più belle degli ultimi trent'anni, tanto che gli omaggi di altri artisti, con interi dischi votati a riproporre in chiave personale i suoi temi, sono innumerevoli. L'ultima è stata Scarlet Johanson, la diva di Hollywood. La scaletta può cambiare ogni sera. Alla fine, restano in mente bozzetti straordinari come November, Hold on, Innocent when you dream, Way down in the hole, Falling down, Hang down your head. La band è ovviamente waitsiana, nel senso che per quella musica ci vuole 'quel' suono. Spiccano il chitarrista Omar Torrez, che talvolta ricorda Marc Ribot, il che è logico, ed il contrabbassista, rigorosamente acustico, Seth Ford-Young, che ha sostituito l'annunciato Larry Taylor. Con il bassista, Waits si ritaglia una piccola parentesi intimista piano-contrabbasso, cui affida alcune delle sue ballads più struggenti. Sul palco ci sono anche i suoi due figli, Casey, che è diventato il suo percussionista di fiducia, ed il più giovane Sullivan, che si presta saltuariamente come clarinettista. Tom ha trovato il modo di inglobare nel suo microcosmo musicale tutta la famiglia, considerando che la moglie, Kathleen Brennan, partecipa alla scrittura delle canzoni. Due ore di concerto, ovazione finale e arrivederci a chissà quando.


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